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Della politica e della civiltà

In molti paesi sembra che la democrazia tenda ad abbassare, e non ad alzare, il livello di civilità. La politica sembra tesa ad accarezzare gli spiriti peggiori degli elettori, a suscitarne le paure o a proporre soluzioni semplicistiche.

Mi trovo spesso a chiedermi come si possa fare politica in un modo diverso, costruendo consenso senza cadere nella tentazione del populismo. Ma ancora prima di questa riflessione bisogna interrogarsi sulle origini di questo fenomeno, bisogna capirlo. Perché la competizione democratica, ultimamente, tende al ribasso? In fondo i livelli di istruzione della cittadinanza si sono alzati dovunque, e questo dovrebbe pagare un premio ai partiti che propongono soluzioni ragionevoli e moderate.

Questo dilemma apparente è spiegabile guardando alla dinamica della competizione politica. Secondo uno studio di Lorenzo De Sio nella Seconda Repubblica gli elettori che sono disponibili a spostare il loro voto da una coalizione all’altra non sono i più istruiti e più interessati alla politica. Al contrario, sono i cittadini meno coinvolti, meno informati, meno competenti. È questa configurazione del mercato elettorale che premia gli slogan rispetto ai programmi, l’immagine alla sostanza, la sparata semplicistica al ragionamento.

E tutto il dibattito su come fare politica “dando il nostro meglio” diventa assai più complicato.

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